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Clelia Merloni, madre e maestra.

Clelia Merloni, madre e maestra

Poliedrica, di grande cultura, di grande umanità, una madre non solo per le sue figlie di religione, ma per quanti ha potuto incontrare lungo il suo non facile pellegrinaggio terreno; una formatrice che ha speso la sua vita per portare i cuori al Sacro Cuore in un periodo molto difficile per l’Italia, per l’Europa.

             Nascendo il 10 marzo 1861, Madre Clelia precede di pochi giorni l’unità d’Italia: evento che potrebbe lasciare indifferenti, ma che concorrerà ad influenzare le scelte della giovinezza e della maturità.

             Lo Stato Pontificio era stato un grosso ostacolo per l’unità, per cui i suoi fautori saranno anche degli anticlericali[1]. Costoro, tra i quali vi è anche il papà della Madre, saranno uno dei più grossi problemi per cui arriverà ad offrire la propria vita.

La formazione ricevuta in famiglia rispecchia quella di tante famiglie borghesi del tempo, la donna doveva essere una buona padrona di casa, capace di tenere un salotto all’altezza della buona società.

Tutto questo incastonato dentro una cornice di sofferenza, che, col senno di poi, potremmo definire provvidenziale.

La perdita della mamma in tenerissima età (1864), il contatto con la nonna e la buona matrigna creano un circolo di affetti che, pur nella sofferenza, l’aiuteranno ad acquisire una personalità adamantina, a conoscere la religione, a rapportarsi in modo personale con la trascendenza, tanto da trovare conforto in Dio fin da piccola.

La consapevolezza di una chiamata l’ acquisisce attraverso la riflessione, l’interiorizzazione, la preghiera, lo stupore davanti al creato che la rimanda a Dio. Il suo è un rapporto molto personale, sa mettersi completamente nelle mani di Dio, coltiva una grande fiducia nel Sacro Cuore[2] e ne ricerca costantemente la volontà.

Nel 1894 Madre Clelia fonda l’Istituto: la sua personalità è ormai completa, si avvia a concretizzare la figura di educatrice che il Sacro Cuore ha finemente delineato in lei; i suoi requisiti caratteristici, la dolcezza e la fortezza, sono le colonne sulle quali impianterà una mirabile costruzione, arrivando a rivestirsi delle virtù del Signore. La sua vocazione pedagogica è universale: ha vissuto la propria vita “usando” l’educazione come mezzo per portare anime a Dio, al suo Sacratissimo Cuore; il suo campo d’azione non ha confini, il suo cuore è capace di accogliere tutti senza distinzione di età o di condizione sociale[3]; si effonde con profonda tenerezza, il suo affetto è

 lenimento per le anime tribolate.

La Madre sa comunicare il suo essere vicina in maniera intima, personale, accompagna la dolcezza con una intransigente fermezza, tutta tesa all’amore della persona che è anche lotta per il suo bene. Innanzi alle difficoltà incoraggia, sprona, esorta con una forza che non lascia spazio a tentennamenti o ripensamenti, ma che guida all’accettazione del sacrificio.

Si preoccupa principalmente di insegnare la religione “vera base dell’edificio educativo morale” (D.M., pag 314) affermando che i trionfi o gli strazi futuri dipendono dallo zelo con cui si preparano nuove generazioni di figli. Nello stesso tempo asserisce che “… la gioventù è facilmente riconducibile al bene, è un terreno che, con poche cure intelligenti e fervorose, dà spesso fiori e frutti in quantità” (Mg., II, pp. 118). Si impegna a combattere l’ateismo, la pretesa di spiegare la totalità dell’universo col pensiero e di conoscere solo ciò che è sperimentabile: “Gli studi per se stessi preoccupano la mente ed inaridiscono il cuore. Cerca, mia cara, la scienza positiva, sostanziale, bevi la verità alla sua fonte che è Dio ed allora gli studi ti gioveranno doppiamente. Già è innegabile: tutto il vero, tutto il buono, il bello viene da Dio e a chi, con occhio semplice e credente in ogni cosa lo ravvisa, tutto serve a portarlo in questo centro di felicità”(Raccolta di lettere, vol 14, pag.47).

Nel 1916 lascia l’Istituto[4], la sua creatura, vi rientra nel 1928[5]

senza avere alcun peso all’interno dell’opera da lei fondata: il modo in cui finisce la propria vita ci dà la chiave di lettura di tutta la sua esistenza.

Durante la vita ha presentato gli Apostoli, perché se ne imitasse lo zelo; in morte presenta se stessa come esempio. Paolo VI dirà: “il mondo ha bisogno di testimoni più che di maestri”; Madre Clelia l’aveva già vissuto in pienezza.

Centocinquant’anni dopo la nascita, Madre Clelia risplende luminosa come faro che indica la strada. Le Scienze dell’Educazione hanno fatto molti progressi, ma molto spesso si corre il rischio di dimenticare il protagonista, l’uomo, riducendolo al ruolo di puro materiale di ricerca; cerchiamo di sfruttare il più possibile le sue capacità intellettive, dimenticando di formarne il cuore. L’uomo, privato del significato del suo esistere, disancorato dal trascendente, dal proprio progetto originario “produce” un pensiero debole.

“… e mentre per quanto riguarda lo sviluppo delle facoltà intellettuali e lo svolgimento del programma, dovrà attenersi alle regole della pedagogia, si giovi del programma stesso e di ciascun insegnamento per elevare e far risalire il cuore ed il pensiero delle allieve a Dio…”(D.M., pp. 314 e 315).

L'attenzione di Madre Clelia verso l'uomo, verso il suo umanarsi integrale, ci sprona a realizzare il passaggio dall'attenzione forse esagerata a noi stessi, all'attenzione all'altro, qualunque altro, in cammino con noi verso l'unità del Corpo Mistico (cfr. Ef 1,4-11).



[1]    Nel 1866 iniziano in Italia le soppressioni degli ordini religiosi e le confische dei beni ecclesiastici.

[2]    Il 16 giugno 1875 consacrazione del genere umano al Sacro Cuore in tutte le chiese del mondo cattolico.

[3]    Il 25 maggio 1899 viene pubblicata l'enciclica Annum Sacrum, che sottolinea la dimensione missionaria del culto al Cuore di Cristo.

[4]    L'Italia, già in guerra contro l'Austria, dichiara guerra alla Germania.

[5]    Il 7 marzo. L'11 febbraio  1929 i Patti Lateranensi pongono fine alla Questione Romana con il riconoscimento dello Stato della Città del Vaticano.



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